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Clamidia: si evolve velocemente. Insufficienti le attuali procedure di monitoraggio

A cura di Francesco Capolicchio | Categoria: mercoledì, 14. marzo 2012 0 Commenti | bookmark this page Condividi | bookmark this page RSS
Campione di Clamidia al microscopio

CREAZIONE DI NUOVI CEPPI – La Clamidia, una malattia sessualmente trasmessa (MST) causata dal batterio Chlamydia trachomatis, si sta sviluppando in maniera molto più attiva rispetto al previsto. A rivelarlo uno studio del Wellcome Trust Sanger Institute recentemente apparso sulla rivista Nature Genetics. Gli studiosi hanno rivelato che i metodi odierni per il monitoraggio della Clamidia non sembrano essere adeguati. Lo dimostra il fatto che non siamo oggi a conoscenza di quali siano le variazioni dei ceppi di Clamidia, nonostante sia stato dimostrato che lo scambio di Dna tra specie di Clamidia differenti, contribuisce alla creazione di nuovi ceppi.

GRAVI LACUNE IN MATERIA – Esistono d’altra parte gravi lacune riguardo alla Clamidia e alla sua portata: “Nonostante questa sia la malattia a trasmissione sessuale più importante nel mondo, fino ad ora è chiaro che ci sono state gravi lacune nella nostra conoscenza dei ceppi che sono attualmente in circolazione, della loro evoluzione e della loro storia naturale”, ha affermato il professor Ian Clarke, della Facoltà di Medicina all’Università di Southampton. La diagnosi clinica delle infezioni da Clamidia è in grado, infatti, di fornire semplicemente un risultato, positivo o negativo, senza ulteriori informazioni circa la natura del ceppo infettante. “Le attuali lacune nella nostra comprensione della diffusione della Clamidia, limitano la nostra capacità di attuare politiche sanitarie, perché non conosciamo fino in fondo quali siano le modalità di propagazione della Clamidia all’interno della nostra popolazione”, ha evidenziato il dottor Nicholas Thomson, autore dello studio del Wellcome Trust Sanger Institute.

LA TERAPIA ANTIBIOTICA PER LA CLAMIDIA FUNZIONA? – Le scarse informazioni ottenibili mediante le analisi, fanno sì che sia impossibile stabilire se una persona infetta da Clamidia, anche a seguito della terapia antibiotica, abbia contratto nuovamente il virus o se è la terapia a non aver funzionato. Sebbene non siano stati osservati casi di pazienti resistenti agli antibiotici per la Clamidia, questo è stato verificato in laboratorio. Non è possibile escludere il fatto che lo stesso avvenga nella popolazione, dal momento che le procedure diagnostiche non sono capaci di rilevarlo. L’unica speranza, dicono gli scienziati del Sanger Institute, è il sequenziamento dell’intero genoma che potrebbe evidenziare nei minimi dettagli come la Clamidia si sta diffondendo.


Fonte: News-medical

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